falbo reviews


Fausto Balbo "Falbo" Reviews

On EEM

Second album, called Falbo, followed in 2005. Having listened to it, I must say this is really an intriguing release. It contains lots of diverse influences but mainly sits somewhere between Experimental Electronic Music and Electro-Acoustic music, with elements of Glitch / Noise in there as well. Lots of samples were used, as well as processed voices that make this album an odd experience. This is Electronic Music coming out of the kitchen of a large Italian family. It cracks, pops, wails and is laden with sounds of a kitchen sink, a hairdryer, TVset, vacuum cleaner and God knows what else. There's also a slight Progressive Rock influence in the form of guitar playing which is handled expertly and provides some reflective / spacey moments. By the end of the disc, the music becomes more chaotic and the noisy / glitchy elements become more prominent, while never actually going into overdrive. I haven't heard Zero but judging from the reviews, Falbo is quite a departure from that album's style and will appeal mostly to adventurous listeners and fans of Electro-Acoustic music of all sorts. Not an easy listen I must admit, but not a terribly difficult one either. Fausto is a man with humor, so he'll entertain you big time, if you let him do so. Me, I found this work very enjoyable.


Su SENTIREASCOLTARE

Qualcosa cade a terra. Il rumore sordo si trasforma in una sorta di aura fatta di suoni ampi ed ipnotici, dal ritmo regolare. Si sente scorrere dell’acqua. Improvvisamente compaiono due voci. Due persone che parlano senza aprire bocca, semplicemente emettendo mugugni indistinti. Pare che si capiscano. Inizia un susseguirsi continuo di percussioni che assomigliano a campane in scala ridotta ma che campane non sono. Qualcuno parla di nuovo. Tutto va in riverbero e sparisce. Suona così la prima delle nove tracce che compongono il nuovo disco di Fausto Balbo, intitolato semplicemente Falbo. Voci distorte squarciano silenzi sconvolgenti ed inquieti, disturbi radiofonici si mescolano ad urla selvagge, trilli anarchici di telefoni e sveglie digitali si fondono ad effetti laser rubati alle arcades anni ottanta. L’autore mescola con la naïvetè di un bambino campionamenti tratti da pellicole cinematografiche e suoni scomposti, ritagli di pop culture e parabole infantili sconclusionate, leggerezze oniriche e rumori che ricordano il trapano del dentista. E lo fa fregandosene allegramente di dare al materiale anche un minimo di estetica riconducibile alla struttura – canzone, esaltando anzi il più possibile il lavoro di taglia e cuci alla base del progetto. Non esiste ritmica che indirizzi le dilatate riflessioni in forma di suite che compongono il lavoro, se non quella determinata dal succedersi dei suoni. Nessuna chitarra, almeno in senso convenzionale; qualche sintetizzatore, delle tastiere, suoni prodotti da strumentazione priva di brevetto. Una sfida all'ascoltatore frutto di una fantasia coraggiosa e libera da schemi.
Di Fabrizio Zampighi.


Su KRONIC

Ritorna dopo “Zero” (Snowdonia, annata 2001) l’eremita piemontese Fausto Balbo. Stessa etichetta e sensazioni simili, adatte a chi ama perdersi in pellegrinaggi mentalmente infiniti, oltre il limite dell’eccesso, in pianeti in cui il respiro è percepibile solo a tratti. Doverosamente ostico e fuori tendenza, “Falbo” è elettronica anticonvenzionale che scorre su binari sporcati da una fragile chitarra. Dal finestrino di destra vediamo un paesaggio disegnato dal cerebralismo glitch, da quello di sinistra ci perdiamo nella pianura sconfinata dei desideri avant. Fausto osserva tutto, lo destruttura e lo ricrea, con uno sguardo scorbutico e poco affabile. Spesso chiude gli occhi e lascia andare se stesso, mettendo a nudo una maledetta disperazione, tanto trattenuta quanto inquieta, coperta solo da un sottile velo progressive. I rumori, i vari campionamenti e le voci in sottofondo accompagnano il percorso, senza troppe preoccupazioni per eccessi e barocchismi in realtà anche fastidiosi. Disco ispirato, seppur circondato da un’aurea autoreferenziale che farà storcere la bocca a più di una persona. Scontato che accada, ma altrettanto inevitabile che altri lo ameranno per la sua assoluta imprudenza nel mostrarsi senza alcuna remora.
Di Marco Delsoldato.


Su SONGWRITERS

Figli del dio minore della fantasia sfrenata – contrapposto a quello (minorato) della musica di plastica – di musicisti folli come Fausto Balbo ce n’è pochi, ma la lanterna di Snowdonia fortunatamente è sempre pronta a dare loro luce. Falbo, secondo disco del musicista piemontese e a tre anni dal precedente “Zero”, è patologicamente sottoposto all’ansia di destrutturazione del suo creatore e non ha alcuna intenzione di abbandonarvi ad un ascolto tranquillo – neanche per il tentativo, dopo il fatidico Primo Ascolto, di dare una definizione all’oggetto creato. Ambient? Classica contemporanea? Elettronica? Glitch? Rumorismo? Prog (perché qualche vago eco dei King Crimsom più estremi c’è, e pure qualcosa del Battiato pre-Cinghiale Bianco)? Infoiato futurismo scampato alla fine-delle-avanguardie? Semplice caso? Tutto questo e nulla insieme, perché è talmente varia e impraticabile la musica di “Falbo” da rendere impossibile qualsiasi definizione – ma sfido chiunque anche solo per ciò che riguarda un tentativo di comprensione certa del messaggio, o anche solo estetica -, se non quella ipotetica di un’inquietante colonna sonora del disturbo, un thriller interiore sull’alienazione metropolitana caratterizzato da uno spiccato non-sense formale nonché da un ironico spirito trash (il rosa della copertina, Debby “la superbambola viva che t’insegna l’amore”: idee peraltro non troppo originali). Un’opera sicuramente compiaciuta, che ha il pesante difetto – nella sua immisurabilità qualitativa: zoccoli di cavalli, macchinette per i tatuaggi, campionamenti da films (Matrix, De Palma, Cronenberg), trapani da dentista, mugolii, urli, strumenti autocostruiti; e ovviamente programmazioni, chitarre, basso, percussioni – di non sapersi misurare quantitativamente, sprecando così spunti importanti (la fortissima carica immaginifica di Frammenti da un incubo si disperde nell’eccessiva lunghezza del brano). Dove però la fruibilità si fa un tantino più consistente – mantenendo il brano quella preziosa tracotanza sonora che gli è propria – si ottiene la cifra migliore dell’album: seducente ma spiazzante, giocosa ma terribile. Stiamo parlando di Pensiero primitivo sotto pelle, e consigliamo ai neofiti che ascoltano per la prima volta un mostro musicale come Fausto Balbo di cominciare proprio da qui.
Di Luca Barachetti.


Su IL MUCCHIO

Ad impressionare non è tanto il delirio sonoro che producono i musicisti, giacché questi rientrano nel novero degli artisti, a cui tutto è permesso; piuttosto mi preoccupa la meticolosa perizia con cui Cinzia La Fauci e Alberto Scotti della Snowdonia continuano a collezionare opere assolutamente ostiche e impenetrabili. Balbo l’avevamo già incontrato agli inizi del secolo con quel “Zero” che certo non dava adito ad eventuali aperture pop. E “Flabo”, suo secondo CD, è ancora più radicale, indecifrabile, disturbante. Elettronica minimale, frequenze in saturazione, campionamenti distorti all’insegna d’irriducibili visioni psicotrope, dal momento che accordi e melodie fanno parte di un'altra dimensione. Poi d’un tratto, dopo parecchi minuti di crepuscolare vaneggiamento, il chitarrista piemontese concede anche qualche sprazzo di epico lirismo; quasi a voler significare di poter fare molto più di quanto non voglia concederci per l’occasione. Allora viene il dubbio che sia tutto uno scherzo, magari orchestrato ad arte dal bimbo annoiato raffigurato in copertina; questi escogita inutili formule matematiche al cospetto di un cadavere di donna, formoso e purulento. Tutto è tinto di rosa, proprio come in un gioco per cinici ed ingenui fanciulli.
Di Fabio Massimo Arati.


Su MUSIC CLUB

Qui siamo nel campo dell’elettronica sperimentale ‘ri-creativa’ che viaggia tra architetture sonore ipnotiche di ottima fattura. Fausto Balbo è criptico nelle scelte, seziona film e vita vissuta. Un poco dadaista ed un poco Aphex Twin , lui si prende uno spazio di tutto rispetto con un taglio personale che solo in alcuni momenti per scelte di campionamento ricorda i nipponici Satanicpornocultshop nelle parti meno aggressive, soprattutto la voce del vecchio in ‘è tempo di…’ che di primo acchitto può essere tranquillamente scambiato per un anziano giapponese facendomi poi ragionare sull’assonanza coi Satanicpornoeccetera. Fantastico ‘cat-d-mon’ decimo ed ultimo brano del disco, che in ‘soli’ 10 minuti esprime un sunto dell’album regalando anche un minuto di minimalismo di frequenze molto avanti. Bhè questo non è un disco per tutti, ma è veramente bello! Balbo ha idee, e le idee come sappiamo mancano nelle produzioni italiche attuali, la sua produzione potrebbe spiccare più probabilmente a livello internazionale che a livello nazionale. Italiano è il mercato per cui è nato …un mercato che relega questi suoni solo su Battiti a tarda notte su RadioTre. Comunque son’ felice che esistano artisti così in giro.
Di Dj Nooz.


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